Cos’è il corpo?
Incontrare una definizione unica di corpo è praticamente impossibile. Infatti, la corporeità assume significati diversi a seconda di chi osserva, studia. Un medico osserva il corpo di una persona e considera se è sano o malato, e nel farlo la sua intenzione è quella di curarlo. Un ballerino considererà il suo corpo in base alla ritmicità, alla flessibilità, alla capacità di esprimere passioni tramite il movimento.
Ilse Middendorf, fondatrice del metodo del “respiro percepibile”, fa notare che, nella lingua tedesca, la parola corpo ha tradizionalmente due “anime”: Korper e Leib. I due termini, pur facendo entrambi riferimento al corpo, hanno significati diversi: Korper, deriva direttamente dal corpus latino e si riferisce al corpo, carne, cadavere, tronco. Leib, invece, foneticamente si avvicina alla parola life di derivazione anglosassone e ha il significato di “vita”. Sembra, quindi, che la prima definizione si riferisca più al corpo preso in considerazione dalla medicina, mentre la seconda definizione sia onnicomprensiva.
Eppure sembra che la cultura occidentale per secoli si sia dimenticata del corpo-leib, portando l’attenzione soprattutto sull’aspetto materiale di quest’ultimo. Dicotomie classiche presenti nella nostra vita non fanno altro che dimostrarlo: corpo/mente, corpo/spirito parlano di un corpo moralmente iniquo, dedito ai “piaceri terreni”, debole; mentre la mente, lo spirito sono ciò che ci permettono di assurgere alle vette intellettuali o di tendere a Dio.
Solo nel corso del XX secolo il corpo ha riacquistato la sua anima-“leib” grazie ad autori come Reich, Lowen, Perls che, partendo dal ground comune della psicoanalisi, hanno compreso come il corpo sia parte integrante della persona. Sull’altro versante autori come Feldenkrais, Rolfing, Trager, Middendorf, il cui punto di partenza era un lavoro sul corpo, principalmente di manipolazione, arrivarono a scoprire che lo sblocco di tensioni corporee, permetteva il riemergere di emozioni profonde “dimenticate”.
Che cos’è quindi il corpo? Salonia (Salonia, 2004) sostiene che è il luogo in cui continuamente si scrivono i significati dell’esistenza. Il corpo parla e comunica, a volte urla, se “smarriamo la nostra identità, inevitabilmente ‘corporea’”. Il corpo è portatore di significati profondi: il “qui-e-adesso” della presenza, il chiudersi e l’aprirsi, mostrarsi e nascondersi. Sorprendentemente si arriva a scoprire che il corpo è il luogo della memoria; non la memoria razionale che permette di essere efficace nel mondo, ma quella memoria esistenziale che silenziosamente ed efficacemente ha portato il mio corpo ad essere così come sono. Di più, la mia stessa persona nella sua interezza è così per la memoria iscritta nel mio corpo.
La Psicoterapia della Gestalt fin dai suoi albori ha prestato molto importanza agli aspetti corporei, in quanto questi integrano l’esperienza del paziente. Quando una persona viene in terapia, arriva con tutta Sé stessa, con le proprie esperienze, i propri vissuti e il proprio corpo. Nell’incontro con il terapeuta mette in gioco tutta Sé stessa, e lo fa in maniera implicita o esplicita. Dunque, non solo le sue parole comunicano, ma anche il suo corpo, e poiché ciò che accade in quel preciso momento, e in quella data situazione, ha un senso rispetto a quello che sta succedendo in terapia. Il paziente sembra quasi dire: “Io sono qui, in questo preciso momento, con te terapeuta di fronte a me, mi sto raccontando e lo sto facendo nella maniera che è propria di ciò che sta succedendo tra di noi: perché siamo tu e io e non due qualsiasi”. Emerge così, l’aspetto della relazione, fondamentale in Psicoterapia della Gestalt: e ciò che per noi è più significativo è l’esperienza che la persona ne fa. Per spiegare meglio il concetto vorrei usare le parole di Goodman nel Psicoterapia della Gestalt (Perls, Hefferline, Goodman, 1957):
“L’esperienza si verifica ai confini tra
l’organismo e il suo ambiente, fondamentalmente
11nell’epidermide e negli altri organi di risposta
sensoriale e motoria. L’esperienza è funzione di
questo confine, e da un punto di vista psicologico
ciò che è reale sono le configurazioni ‘globali’ di tale
funzionamento, in quanto si è pervenuti a qualche
significato o si è completata qualche azione”… “la
psicologia studia il confine di contatto nel campo
organismo/ambiente”… “Quando diciamo ‘confine’,
pensiamo a un ‘confine tra’;tuttavia il confine del
contatto, il punto in cui si verifica l’esperienza, non
separa l’organismo dal suo ambiente; esso assolve
piuttosto alla funzione di limitare l’organismo, di
contenerlo e di proteggerlo, e allo stesso tempo si
pone in contatto con l’ambiente” (Perls e altri, 1997,
pag 37 e seg.)
Polster rafforza il concetto affermando che il confine di contatto è il punto in cui si sperimenta il “me” in relazione a ciò che è non “me” e, attraverso il loro entrare in contatto, entrambi sono sperimentati più chiaramente (E. & M. Poster, 1973, 99).
Emerge, quindi, come principale elemento della relazione la differenziazione “me”/”non me” o, in termini Gestaltici organismo-Ambiente (O-A). E non è attraverso la differenziazione dei corpi che avviene il superamento della fase simbiotica madre/bambino?
La Psicoterapia della Gestalt è una terapia olistica, nel senso che tutta la persona diviene oggetto d’interesse della terapia. Solo da un punto di vista formale possiamo considerare separatamente aspetti cognitivi, emotivi e corporei, in quanto essi in verità coesistono nello stesso tempo e costituiscono, nel loro insieme, l’esperienza della persona. Parlare di terapia del corpo nell’ambito della Psicoterapia della Gestalt diventa un controsenso dato che, per definizione è una terapia olistica che prende in considerazione tutte le parti della persona e quindi anche il corpo: tratta, perciò, L’organismo nella sua totalità. La Psicoterapia della Gestalt parte dall’osservazione di ciò che appare a livello fenomenologico e il corpo, in tutti i suoi modi di esprimersi (espressioni, posture, distanze/vicinanza) è la parte più visibile di noi stessi, è la sede dell’ovvio. Ovvio, ma non scontato, bensì ovvio appunto come visibile.
Samuele Bettamin